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E quindi uscimmo a riveder le stelle | Jean Marie Barotte

Che sia per il nerofumo delle candele o per il fondo opalescente della cenere delle notti e dei giorni, effimeri e scarni resti di una qualche combustione che lentamente ha consumato il senso delle cose prima ancora della loro densità di materia, il lavoro oggettuale di Jean Marie Barotte è profondamente infitto in qualcosa che somiglia a un’estasi d’impietosa introspezione, alla radice stessa del sentimento d’esistere.
Le sue immagini muovono da un territorio della coscienza espressiva che si direbbe prepittorico, o addirittura prelinguistico. I materiali visivi che le compongono e le inquietano rimandano difatti a un impulso profondo, a una sorta d’inconscio che sgorga dalle leggi primordiali del sangue e dell’istinto. Al punto che, quando le si incontra le prime volte, che siano tratte dal ciclo dedicato alla poetica della La Noche oscura di Juan de la Cruz o da quello de Le voyage de l’âme o delle Méditations érotiques, vien fatto di pensare inevitabilmente a una versione più minimale, più cupa e assorta, della grande lezione dell’espressionismo astratto americano. Dando loro, però, il tempo di penetrarci, non è difficile accorgersi che questi suoi lavori concedono ben poco alle suggestioni del visivo e del materico, come invece accadeva per quella scuola. Sono anzi, ben al contrario, “poveri” di pittoricismi e sensibilismi, percorsi piuttosto da una essenzialità scabra, da una asciutta perentorietà che diviene tanto più sensibile quanto più rigorosa e scarna. Come un oscilloscopio dell’anima, come lo scarno tracciato di uno straordinario, fulminante sismografo emotivo.

INAUGURAZIONE:
25 Settembre 2014
DATE MOSTRA:
24.09| 15.11.2014
a cura di:
Chiara Gatti
ARTISTI:
Jean Marie Barotte
Category:
Passata, Project Room